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Festa di nozze

Traduit par Simona Brogli

 
  Ieri sono stato là dove, secondo le mie ricerche, vivevano il mio nonno paterno da bambino, quasi sicuramente sua madre, la mia bisnonna, e i genitori di lei.
In effetti, due vecchie fotografie, scoperte in una delle tante scatole di immagini che mia nonna, morta di recente, conservava alla rinfusa, ritraggono l’una un gruppo di famiglia di inizio secolo in posa davanti a una locanda e l’altra, scattata durante un matrimonio e scura di persone, quella stessa famiglia, confusa tra la folla, davanti alla stessa locanda.
Mia nonna, risposatasi dopo che il primo marito, mio nonno, era morto all’età di trent’anni circa, non aveva mai menzionato, di fronte al figlio o ai nipoti, questo ramo familiare precocemente spezzato. Conoscevamo i fatti, sapevamo dell’esistenza di un primo marito, il nostro nonno biologico, però nessuno ci parlò mai di lui, né da bambini né da adulti. E neppure ci capitò di vederne una fotografia, così io rimasi a lungo convinto che questa persona non avesse mai contato realmente, tanto era il vuoto che la circondava. La nonna, per non urtare la suscettibilità del secondo marito e confermarne la supremazia anche sui rivali venuti prima di lui e poi scomparsi, aveva scelto di seppellire nel cimitero dei dimenticati ogni traccia del suo primo legame e, addirittura, di non parlarne più. E del nonno non seppi mai nulla più di quanto sapesse mio padre, salvo il fatto, del tutto insignificante proprio perché molti altri lo conoscevano, che era morto durante l’ultima guerra. Povero giovane nonno, mai raccontato, mai visto nemmeno in fotografia, trasparente come l’uomo invisibile, falciato due volte, prima e fisicamente, da una crisi acuta di malaria che lo abbatté in Cocincina nel 1941 durante i ventiquattro mesi in cui prestò servizio nelle nostre colonie come secondo ufficiale radiofonista della marina; e poi, simbolicamente ma non meno tragicamente, da metri cubi di silenzio, versati come calce viva sulla sua esistenza passata.
Non mi sento di infierire troppo sul comportamento della nonna, che, per tenere lontana la sofferenza, fece l’errore di rinchiuderla nello stesso sacco delle sue vittime. Tuttavia, anche in assenza di un autentico culto della memoria, avrebbe dovuto parlarci almeno una volta di colui che non era più, perché sapessimo chi era stato, ne conoscessimo l’unicità, gli ideali, le lotte. Certo, non era morto eroicamente alla mitragliatrice di una batteria contraerea o ai comandi di una torpediniera, ma la sua morte semplice mentre, esiliato dalla famiglia, dal figlio e dalla moglie, si guadagnava da vivere per offrire a lei la casa che tanto desiderava, mi sembra meritasse almeno la gentilezza di un ricordo.
Mia nonna amò molto il suo secondo marito, che le somigliava in misura senza dubbio maggiore. Più superficiale, forse troppo pieno di sé, autoritario, psicologicamente poco sottile e molto reciso nei suoi giudizi, lui la rassicurava in un modo un po’ primordiale offrendole la certezza della sua protezione, lui che in caso di zuffe non era certo l’ultimo a buttarsi in mezzo e menare, ovviamente con destrezza, le mani. La nonna dovette sicuramente ritenerlo capace di affrontare nello stesso modo i colpi della sorte, e pensare che fosse tipo da tenere testa alla sventura in persona.


A quasi quarant’anni, scopro e rimetto al loro posto le tessere del puzzle da tempo perdute.
Ieri sono andato a Plouézoch, là dove non ero mai stato, un luogo che era per me solo un nome, letto da poco in cima a una vecchia pagina di quando mio nonno scriveva lettere d’amore alla fidanzata. Ho fatto tranquillamente il giro della cappella di Saint-Antoine e all’improvviso, voltandomi, mi sono reso conto che la locanda ridipinta di bianco sull’altro lato della strada aveva, nella sua scalinata esterna, un che di familiare. Mi sono avvicinato e non ho avuto più dubbi: la locanda era la stessa della fotografia. Quel giorno era deserta. Nessun movimento, nessuna auto, porte e finestre chiuse. Ma il mio salto all’indietro nel tempo di almeno cent’anni mi aveva catapultato nel cuore stesso della mia famiglia, finora sconosciuta e taciuta. La facciata della locanda non era cambiata e l’edificio principale, nel suo insieme, non aveva subito ritocchi, pittura a parte. La locanda se ne stava silenziosa sul ciglio della strada; un cartello segnalava che era in vendita e che si poteva contattare il notaio al numero indicato. La sovrapposizione era perfetta. Tutto era come allora, a eccezione delle persone. L’intera folla era ormai scomparsa, spazzata via dalla marea degli anni. Svanita la sposa insieme al prestante marito, spariti i bambini turbolenti, seduti a terra nel solo attimo dello scatto. La festa di nozze si era dissolta nel tempo così come un fuscello di paglia portato dal vento si perde nell’aria. E c’ero io, io che tentavo di ricongiungermi a persone che sentivo sempre più familiari e care. Dov’era andato quel bis-bisnonno dai tratti tormentati e dallo sguardo grave? Avrei voluto vederlo rivivere per qualche minuto in quella locanda, forse intento a dirigere tutta quella gente, a concludere quella festa di nozze durata magari due o tre giorni. Cos’era stato di sua moglie, la mia bis-bisnonna, dall’espressione così buona e indulgente? Avrei voluto entrare nella locanda chiusa per impregnarmi di passato, per cogliere un profumo, con la folle speranza di incontrare e ritrovare in cima alle scale questi uomini e queste donne che amavo tanto. Avrei voluto che sapessero di essere nei miei pensieri, ringraziarli perché, se oggi io sono vivo, lo devo anche a loro. Avrei voluto spiegare che anch’io, nella vita, mi sforzo di agire nel miglior modo possibile. Avrei voluto che fossero certi del mio appoggio, al di là del tempo, per tutte le tragedie che avrebbero vissuto, gli uni e gli altri, tragedie che già conoscevo, io che venivo dal futuro nel momento in cui il fotografo azionava lo scatto. Avrei voluto camminare nel loro stesso spazio, ricalcare con i piedi le loro orme e sentirli, se possibile, ancora più vicini a me, che guardavo da dove loro avevano guardato. Volevo tendere loro la mano, lo volevo tanto più fortemente perché mi erano stati sottratti per omissione, volevo recuperare il tempo perduto del silenzio, del disinteresse, dell’oblio. Avevano lavorato, amato, sofferto in un'epoca aspra e dura, senza che ciò li privasse di un sorriso generoso come quello che mi rivolgeva, un secolo dopo, la mia cara e serena antenata. Ero fiero di far parte della loro discendenza, perché quei volti leali e onesti non mi deludevano. Li adottavo con gioia, loro, i loro figli e i figli dei loro figli, che poco a poco imparavo a conoscere come un orfano che ritrovi i genitori dopo una vita di separazione. Scoprire lettere, fotografie e luoghi mi rendeva ciascuno di loro sempre più intimo e prezioso. I nomi dolcemente desueti assumevano echi di amicizia. Ho rievocato Anna e Perrine e Jeanne.
Ho assaporato il profumo degli alberi e delle felci dell’entroterra bretone, ho fissato nella memoria la luce radente, così particolare, che scendeva dalle nuvole basse e bianche per non dimenticare mai Saint-Antoine a Plouézoch. Ho pensato che, anche se la locanda era chiusa, forse i proprietari erano ancora là, e così ho suonato, pronto a raccontare la mia piccola storia per avere il permesso di entrare e vedere qualcosa di più, cogliere gli spazi, forse ammirare le modanature, una vecchia porta in legno, la balaustra levigata di una scala. Il campanello è risuonato all’interno, ma nessuno è venuto ad aprire: la locanda era vuota, priva persino di fantasmi. Ero là, proprio nel cuore della festa di nozze di un tempo, immobile davanti alla porta nel deserto del presente, e sono tornato sui miei passi a malincuore, verso la macchina, voltandomi ancora indietro a guardare.


Ora so chi è chi. Conosco i visi di tutti e so dove vivevano. Ho respirato l’aria che loro respiravano, accarezzato le pietre lisce della locanda dove sostarono. So da dove vengo, ormai, e proprio per questo sono più sicuro di sapere dove vado.


  © Nérac, 2001

 
 

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